Le basi concettuali delle catene miofasciali nella patologia muscolo scheletrica

Le basi concettuali delle catene miofasciali nella patologia muscolo scheletrica
Il corpo umano è composto da diversi organi e sistemi fondamentali per la sopravvivenza.
Tra questi, il sistema muscolo-scheletrico ha un ruolo centrale: permette all’essere umano di muoversi e di interagire con l’ambiente che lo circonda. Per questo motivo il sistema muscolo scheletrico è essenziale nell’assolvere diverse funzioni che sono strettamente collegato al movimento corporeo:

  • Gestualità di base per permettere un adeguato supporto metabolico (mangiare, bere, defecare, urinare, ecc);
  • Ricerca della stazione eretta
  • Equilibrio
  • Traslocazione del corpo (deambulazione, corsa, salto, ecc);
  • Gestualità comunicativa per la socializzazione

Per rispondere a tutte queste funzioni il sistema muscolo scheletrico deve essere in equilibrio sinergico anche con altri sistemi importanti per la vita, quale il metabolico e quello psicologico.

Per i non addetti ai lavori può risultare complesso capire cosa si intende per “catena muscolare”.
Il termine catena richiama il sistema di trasmissione  di tensione, cioè un aggregato di elementi più piccoli (anelli) che lavorano in serie, all’unisono, dove l’integrità di ognuno di questi elementi è essenziale per il funzionamento globale. Cosa diversa sono i cavi di acciaio, dove ogni singolo elemento, chiamato filo, viene avvolto a spirale insieme ad altri  formando il trefolo; più trefoli, avvolti insieme a spirale, formano il cavo (fig. 1). Il cavo di acciaio, quindi, è un aggregato di più fili che lavora in parallelo.

Le basi concettuali delle catene miofasciali fig 1                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      
Fig. 1  -Nell'immagine si apprezzano le differenze strutturali tra la catena e il cavo di acciaio
Immagine generata con AI                                                                                                                                                                                                                       

A differenza della catena, il cavo di acciaio può continuare a funzionare anche quando uno dei suoi elementi si rompe, perché il carico viene redistribuito sugli altri componenti. La composizione del cavo di acciaio comporta, a differenza della catena, che se si dovesse rompere l’unità base, cioè il filo o il trefolo, la struttura può continuare a funzionare, con un sovraccarico maggiore sui restanti elementi.
Per comprendere meglio come funzionano queste concatenazioni bisogna aggiungere alcuni elementi che rendano più “anatomica” questa similitudine.
Sia le catene sia i cavi di acciaio sono strutture fisiche passive, cioè si oppongono a forze di trazione esterne. Nel nostro corpo, invece, il sistema muscolo-scheletrico è sia passivo sia attivo.
A differenza di una struttura ingegneristica passiva, infatti, il corpo ha la capacità di modificare attivamente la propria tensione in base alle necessità funzionali.
Prendendo come esempio il sistema di sospensione a cavi di un ponte, come quello di Brooklyn, il nostro sistema non solo è in grado di sopportare il carico, ma anche di adattarsi attivamente alle richieste funzionali del movimento.
In questo senso si può fare un parallelismo con il ponte di Taranto, che ha la capacità di sollevarsi per permettere il passaggio delle navi.

La definizione di catena muscolare è:  
“Un insieme di muscoli collegati tra loro anatomicamente e funzionalmente, dove predilige un tono muscolare base, che cooperano per produrre e trasmettere tensioni, tensioni fondamentali per mantenere la postura contro gravità e produrre movimento”.

Questa definizione, utilizzata dai i primi autori che hanno affrontato l’argomento, tra i quale spicca Françoise Mézières, quando negli anni ’50 dello scorso secolo, è stato introdotto questo modello, che attualmente, alla luce di recenti scoperte, ha subito delle importanti rivisitazioni.

Come  riportato, il nostro sistema muscolo -scheletrico presenta una componente attiva, che produce tensione, rappresentata dalla cellula muscolare chiamata anche, per la sua struttura lunga e sottile, miofibra, e una componente passiva che trasmette l’energia prodotta dalla miofibra. Quest’ultima componente è rappresentata dal “sistema connettivale di supporto”.
Il sistema connettivale svolge numerose funzioni fondamentali.
Oltre agli aspetti metabolici, immunitari e termoregolatori, ha anche un ruolo importante nella trasmissione delle tensioni meccaniche. Una volta il connettivo veniva identificato come un tessuto alla stregua di quello muscolare, nervoso, osseo, ghiandolare, attualmente viene considerato un sistema di supporto a tutti gli altri tessuti.

Il supporto al sistema muscolare si esplicita rendendo funzionale la contrazione di uno o più muscoli.
Nell’anatomia classica, l’Unità Motoria è composta da un un muscolo connesso ai suoi estremi all’osso tramite due tendini.
Se rimanessimo legati a questo schema non ci sarebbe la possibilità di condivisione di tensioni e funzioni tra i diversi muscoli. Ma sia i muscoli, tendine e osso sono avvolti da strutture connettivali (epimisio, paratenonio, periostio) che sono in connessione tra di loro. Una volta queste strutture sembrava che avessero solo il compito di avvolgere e separare in compartimenti le varie strutture, adesso, dopo le ultime ricerche, sappiano che recitano un compito molto importante, cioè quello di trasmettere la tensione meccanica tra un gruppo muscolare ad un altro connesso funzionalmente.

 Questa trasmissione meccanica permette di assolvere ai seguenti compiti:

Sostegno strutturale
Il sistema connettivale è adibito a sostegno strutturale, formando supporto e organizzazione tridimensionale ai tessuti; costituisce l’impalcatura meccanica degli organi, continuità tra segmenti corporei, suddivisione in compartimenti anatomici.

Trasmissione delle forze
Il connettivo trasferisce tensioni tra le miofibre all’interno dello stesso muscolo, tra muscoli adiacenti, verso tendini e ossa, lungo catene miofasciali.

Funzione elastica ed energetica 
Accumula energia potenziale e restituisce energia elastica fondamentale per la deambulazione, corsa, salto

Protezione meccanica
Assorbe e distribuisce concentrazioni locali di stress di trazione, compressione, torsione, e taglio evitando danni tissutali

Compartimentalizzazione e organizzazione
Orienta, separa e organizza, permettendo lo scorrimento reciproco tra muscoli, nervi, vasi, organi.

Funzione propriocettiva e sensoriale
L’attuale modello di queste concatenazioni si è staccato dall’idea di una organizzazione semplificata di muscoli, ma coinvolge, dando sempre maggiore priorità, la componente connettivale. Il termine “Fascia”, sempre più utilizzato nel mondo accademico, cerca di focalizzare la funzione meccanica del sistema connettivale, pur se terminologicamente non completamente corretto. Per tale motivo attualmente le concatenazioni funzionale vengono definite “Catene Mio Fasciali”.
Se dovessimo definirle in modo più aderente al reale funzionamento, vista la notevole quantità di ricettori nervosi, sarebbe corretto definirle “Catene Neuro Mio Fasciali.

La fascia, difatti, è ricca di diversi ricettori, quali:
-meccanici (percepiscono le tensioni meccaniche)
-nocicettori (terminazione nervosa sensoriale specializzata nel rilevare stimoli potenzialmente dannosi o lesivi per i tessuti e nel trasformarli in segnali elettrici diretti al sistema nervoso centrale)
-terminazioni simpatiche (estremità periferiche delle fibre nervose del sistema nervoso simpatico che rilasciano neurotrasmettitori per modulare l’attività di tessuti e organi).
Questi ricettori sono fondamentali alla percezione corporea, controllo motorio e dolore.

Una catena miofasciale, quindi, per definizione è una continuità funzionale di muscoli e fascia che coordina postura e movimento attraverso la trasmissione di tensioni meccaniche e forze lungo il corpo nella quale è prediletto un tono muscolare e fasciale base.

Cosa si intende per tono muscolare e fasciale base?
I muscoli non sono quasi mai a riposo completo, anche quando siamo rilassati e distesi in poltrona o a letto.
Un muscolo vivo, quindi, non è mai veramente disattivato (spento), al massimo sta lavorando in modalità risparmio energetico, mantengono sempre una minima attività di base. L’intensità di questa attivazione è chiamata “tono muscolare di base”. Il tono muscolare basale è legato a diversi elementi, quali: sistema nervoso centrale e periferico, sistema nervoso simpatico, ricettori nervosi periferici.
Recentemente è stato evidenziato che anche il sistema fasciale, formato da connettivo, considerato per anni solo una struttura passiva, ha la possibilità di contrarsi- accorciandosi o aumentando la tensione, adattando il tono basale alla necessità funzionale.
La capacità di contrarsi lentamente e non velocemente come la miofibra, determinata da una particolare tipo di cellula chiamato miofibroblasto (cellula ibrida), permette di adattare la tensione della componente fasciale. Ad esempio, per fare un parallelismo/esempio di meccanismo che permette di adeguare la tensione di un sistema di trasmissione è il tendicatena delle biciclette (fig. 2).

le basi concettuali delle catene fig. 2

Fig. 2 – esempio di tendicatena vecchia generazione (A) e nuova generazione (B).
Immagine generata con AI 

Perché queste concatenazioni miofasciali sono importanti, se non essenziali, per la funzione corretta sviluppata dal sistema muscolare?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo approfondire le basi della biomeccanica corporea.
Il Sistema Nervoso Centrale (SNC) decide e comanda il movimento e/o la postura; ma come realizza il tutto?
Il SNC in realtà non conosce i muscoli come li identifichiamo e rappresentiamo, piuttosto conosce quali impulsi inviare a più unità muscolari per realizzare un determinato movimento o mantenimento posturale.
Il concetto del lavoro in concatenazione è fondamentale per comprendere come il cervello realizza il movimento efficace ai fini di un compito specifico.

Ad esempio se vogliamo sollevare il braccio il SNC non ha la capacità di dire al deltoide: “porta in su  la spalla” (fig. 3). Il SNC ha solo la capacità di attivare la contrazione muscolare del deltoide, la quale non fa altro che avvicinare i due punti inserzionali.

fig. 3 articolo catene

Fig. 3 – esempio di attivazione del muscolo deltoide per l’abduzione della spalla.

Il deltoide, quindi, quando viene attivato non può fare altro che avvicinare le due inserzioni, cioè l’omero all’acromion oppure l’acromion all’omero (fig. 4).

fig 4 articolo colonna catene

Fig. 4 - attivazione del deltoide: a) movimento dell’omero con scapola fissa; b) movimento della scapola con omero fisso.

Se entrambi i segmenti ossei si muovessero uno verso l’altro, l’azione sviluppata sarebbe scarsamente efficace ai fini dell’abduzione della spalla, utilizzata, per esempio, per riporre un libro dentro uno scaffale alto.
Per rendere efficace i movimenti, il cervello non fa altro che gestire le masse corporee attraverso l’attivazione di catene neuro-mio-fasciali che reclutano segmenti corporei in modo da stabilizzare un estremo.

figura 5  articolo colonna catene

Fig.  5 – schema del gioco del tiro alla fune eseguito:  a) modalità corretta;  b) modalità scorretta

 Il cervello, precisamente, utilizza un concetto del gioco popolare della fune, cioè quel gioco in cui una (fig. 5a) o più persone cercano di fare spostare una o più persone della squadra avversaria, attraverso la trazione di una fune. Il cervello usa questo modello ma gioca in modo scorretto, cioè, quando decide quale squadra deve vincere aumenta in modo spropositato i giocatori di quel gruppo (fig. 5b).

Ritornando all’esempio del deltoide, il cervello attivando i muscoli scapolo-toracici e i muscoli che stabilizzano il torace al bacino, in modo da rendere solidale la scapola al tronco, determina una sproporzione delle masse in modo tale che la contrazione del deltoide sia efficace a sollevare la mano con l’oggetto sostenuto (fig. 4a) e non “tiltare”, cioè girare verso il basso, la scapola (fig. 4b).
Questo giustifica perché durante il movimento di abduzione della spalla il primo muscolo ad essere attivato è il trasverso dell’addome.
Possiamo pensare che la tensione del trasverso dell’addome possa essere trasmessa fino all’omero e quindi coadiuvare al sollevamento di peso tenuto nella mano? Improbabile!
L’azione della contrazione dei muscoli del tronco serve ad aggregare le masse per rendere stabile la parte del corpo che non si deve muovere.

Da quanto esposto, risulta chiaro che non si può considerare un muscolo isolato ai fini funzionali senza coinvolgere un sistema di concatenazione.
Funzionalmente, quindi, non è possibile dividere il corpo in segmenti isolati.

In letteratura diversi autori hanno proposto dei modelli di queste concatenazioni miofasciali.
Dal primo testo pubblicato sull’argomento della Denys-Struyff del 1975, altri testi sono stati pubblicati (Busquet 1994; Busquet 1996; Stecco 1996; Myers 2001; Colonna 2007). Alcuni dei quali sono specifici per il sistema stomatognatico (Stefanelli 2003; Clauzade e Marty 2004).
Ognuno di questi autori ha suddiviso i sistemi miofasciali in gruppi definiti catene su delle basi teoriche e non su delle reali prove scientifiche.
Più recentemente, invece, sono comparsi i primi articoli sull’efficacia dei trattamenti impostati utilizzando i principi propri delle catene miofasciali (Díaz-Arribas et al 2009; Díaz-Arribas et al 2015) e nel giro di pochi mesi sono state pubblicate due review molto interessanti riguardanti l’esistenza della continuità morfologica delle catene miofasciali (Wilke et al, 2016) e la valutazione delle capacità di trasferimento tensivo lungo le stesse (Krause et al 2016).
I modelli riportati nei testi pubblicati sono prettamente anatomici, impostati sulla continuità fasciale. Oltre all’importante connessione meccanica, per un’efficacia funzionale, questi anelli sono messi in collegamento anche da uno schema nervoso centrale che ne mantiene un tono muscolare di base.

La Denys-Struyff (1975) propone una suddivisione della catene miofasciali in 6 concatenazioni.
L’autrice individua 4 concatenazioni sagittali nel piano frontale anteriori (anteromediale e anterolaterale destra e sinistra), 4 posteriori (posteromediale e posterolaterale destra e sinistra) e due nel piano sagittale, anteroposteriore e posteroanteriore.
Tra tutti gli autori che hanno trattato l’argomento Denys-Struyff è l’unica che collega ogni catene ad un profilo psicologico.

Busquet (1994) suddivide le catene del corpo in 7 concatenazioni muscolo-connettivali: statica posteriore; retta anteriore; retta posteriore; flessione; estensione; crociata destra e sinistra.
Solo ai fini didattici tratta le catene del tronco in modo separato dalle catene dell’arto inferiore (Busquet 1996).
Busquet, a differenza della Denys-Struyff, inserisce delle catene, definite crociate, che collegano i due lati del corpo, la parte destra alla sinistra. Il collegamento posteriore tra le due parti del corpo mediato dalla fascia toracolombare è un elemento già presente in letteratura proposto da tempo sia dal punto di vista anatomico che funzionale (Vleeming et al. 1995, Colonna et al. 2026)
Questi sistemi sono importanti per molte funzioni quotidiane, come il camminare, correre, sollevare un peso con una mano, ecc.
In realtà Busquet, per redarre le catene crociate, ha utilizzato le basi dei modelli riportati in letteratura precedentemente da Piret e Bezieres (1976).

Stecco (1996, 2007) suddivide i sistemi del tronco, arto superiore e inferiore in sequenze di unità miofasciali (mf) e centri di coordinazione (cc). L’unità mf è formata dalle unità motorie coinvolte nello spostamento di un segmento in una specifica direzione e dalla sovrastante fascia.
Nella fascia che si collega alle fibre muscolari di ogni unità mf si trova il centro di coordinazione, mentre della fascia stesa sopra l’articolazione si trova il centro di percezione (cp). Il centro di fusione (cf) gestisce i movimenti complessi del corpo umano.

L’ autore (Stecco 1996) riporta anche le sovrapposizione tra queste concatenazioni e i sistemi dei meridiani di agopuntura cinese.
I lavori di dissezione realizzati dalla famiglia Stecco (2007), senza ombra di dubbio, hanno il merito di aver permesso di meglio inquadrare la componente prettamente fasciale dei sistemi che questo articolo affronta.

Myers (2001) individua in totale 9 concatenazioni: 4 concatenazioni, definite linee, per il mantenimento della postura eretta (linea superficiale posteriore; linea superficiale frontale; linea laterale, linea spirale); 2 dell’arto superiore divise in una linea frontale profonda e una posteriore profonda;  2  linee funzionali, una posteriore e una anteriore, per le gestualità specifiche, quali quelle tipiche dello sportivo. Infine una profonda frontale collegata a tutti i movimenti in generale e in modo specifico all’adduzione dell’anca e alla respirazione diaframmatica.

fig 6 articolo colonna catene
Fig. 6  Rappresentazione schematica della catena statica laterale  (Colonna 2006)

Il nostro attuale approccio è basato principalmente sulle catene di Busquet (1994, 1996), con in più una catena laterale come proposto da Myers (2001).
Tale catena è costituita, infatti, dalle componenti più laterali delle catene spirali, le quali, quando attivate sinergicamente,  inducono dei movimenti isolati nel piano frontale (Colonna 2006, 2012).
Rispetto a Busquet, la catena posteriore che lui identifica come importante per la postura eretta, gli diamo anche una maggiore importanza nella flessione del tronco, gestualità spesso algica in chi presenta delle disfunzioni del bacino e rachide lombare, denominando questa concatenazione statica-dinamica posteriore.
Questi sistemi di concatenazioni miofasciali, per quanto diversi autori (Myers 2001; Stecco e Stecco 2007) hanno studiato le connessioni anatomiche attraverso le dissezioni, rimangono dei sistemi funzionali e come tali andrebbero analizzati.

fig 7 articolo colonna catene anteriore
Fig. 7 Rappresentazione schematica della catena statica dinamica anteriore (Colonna 2006)

I modelli di concatenazioni che principalmente seguiamo (Colonna 2006, 2012) sono legati a quelle mansioni quotidiane che sono comuni alla maggior parte delle persone, quali il piegarsi in avanti e indietro con il tronco, camminare, correre, stare seduti, ecc.
L’inquadramento, quindi, è funzionale più che strettamente anatomico.
La convalida della continuità anatomica emersa dalle dissezioni è importante per supportare una possibile funzione del sistema.

fig 8 articolo colonna catene
Fig. 8 Rappresentazione schematica della catena statica dinamica posteriore (Colonna 2006)

 Qualcuno potrebbe chiedersi: “perché e così importante l’inquadramento funzionale e non è sufficiente quello anatomico?
La risposta è semplice: se non utilizzassimo la funzione una volta diagnosticata l’ipotetica concatenazione “alterata” avremmo pochi strumenti per interagire.
Chi può lavorare sulla struttura è il chirurgo, chi utilizza le catene miofasciali, normalmente, utilizza la funzione come atto terapeutico.

fig 9 articolo colonna catene
Fig. 9 Rappresentazione schematica della catena spirale posteriore (Colonna 2006)

Per lavorare con le catene miofasciali bisogna partire dalla funzione per poter identificare una disfunzione che alla lunga potrà essere alla base della patologia.
Seguendo questa logica risulta evidente che non possono esserci le catene di tizio o caio o sempronio ma semplicemente i sistemi miofasciali che ogni individuo utilizza nell’ottemperare a un determinato compito.
Se qualche autore ha provato ad individuare quale sistema viene utilizzato in determinate funzioni è assurdo affibbiargli la paternità.

fig 10 articolo colonna catene
Fig. 10 Rappresentazione schematica della catena spirale anteriore 

Per il nostro inquadramento con le catene è stato fondamentale, oltre alle indicazioni date da Busquet, il supporto dato dal modello di disfunzione proposto da O’Sullivan (2000) e Sharmann (2002). Gli Autori suddividono le patologie non in base all’ipotetica struttura anatomica lesionata o infiammata, ma in base al movimento, quindi la funzione, che scatena il sintomo. Se è presente un sintomo, ovviamente, sarà presente una disfunzione.

fig 11
Fig. 11 Rappresentazione schematica della catena laterale (Colonna 2006)

La Sharmann (2002), ad esempio, identifica 5 sindromi disfunzionali nella patologie lombari.
Ad esempio nella sindrome flessoria, lavorare con le catene per noi significa, avendo ben chiaro come fisiologicamente viene realizzata una flessione del tronco, identificare i sistemi che non stanno lavorando correttamente, cioè disfunzionali, e provare ad interagire con gli strumenti che uno possiede, allungando dove è retratto-irrigidito e cercando di accorciare per aumentare la tensione dove è presente un tratto allungato-lasso, ri coordinando la modalità neuro-motoria utilizzata dai sistemi agonisti-antagonisti durante l’utilizzo.

 

BIBLIOGRAFIA
Busquet L: Le catene muscolari. Arti inferiori. Vol IV Marrapese Editore, Roma 1996
Busquet L: Le catene muscolari. Tronco e colonna cervicale. Vol I Marrapese Editore, Roma 1994
Clauzade M, Marty J.P: Ortoposturodonzia 1. GLM Edizioni Marsalese, Milano 2004
Colonna S: Le Catene Miofasciali in Medicina Manuale. Il Rachide. Edizioni Martina, Bologna 2006
Colonna S: Le Catene Miofasciali in Medicina Manuale. L’Anca. Edizioni Martina, Bologna 2012
Colonna S: Le Catene Miofasciali in Medicina Manuale. Il Ginocchio EdizioniMartina, Bologna 2012
Colonna S: Le Catene Miofasciali in Medicina Manuale. Il Piede. Edizioni Martina, Bologna 2012
Colonna S, Maietti G, Cuoghi F. In Vivo Evidence of Myofascial Force Transmission Along the Posterior Spiral Chain: Functional Connectivity Linking the Contralateral Latissimus Dorsi, Thoracolumbar Fascia, and Gluteal Region. Cureus. 2026 Jan 4;18(1):e100760. doi: 10.7759/cureus.100760
Díaz Arribas MJ, Ramos Sánchez M, Pardo Hervás P, et al. : Effectiveness of the physical therapy Godelive Denys-Struyf method for nonspecific low back pain: primary care randomized control trial. Spine (Phila Pa 1976). 2009 Jul 1;34(15):1529-38. doi: 10.1097/BRS.0b013e3181aa2771
Díaz-Arribas MJ, Kovacs FM, Royuela et al.: Effectiveness of the Godelieve Denys-Struyf (GDS) method in people with low back pain: cluster randomized controlled trial. Phys Ther. 2015 Mar;95(3):319-36. doi: 10.2522/ptj.20140099.
Godelieve Denys- Struyf : Les chaînes musculaires et articulaires 1ère édition en par la SBO&RTM, Société Belge d’Ostéopathie et de Recherche en Therapie Manuelle, Maloine 1978
Myers TW: Anatomy trains. Churchill Livingstone, Edimburg 2001
O’Sullivan PB: Lumbar segmental “instability”: Clinical presentation and specific stabilizing exercise management. Manual Therapy. 5 (1): 2-12, 2000
Piret S, Bezieres MM: La coordinazione motrice. Casa Editrice Idelson, Napoli 1976
Sahrmann SA: Diagnosis and treatment of movement impairment syndromes. Mosby, St. Louis, 2002
Stecco L, Stecco C: Manipolazione fasciale. Parte pratica. Piccin-Nuova Libraria, Padova 2007
Stecco L: La manipolazione neuroconnettivale. Editore Marrapese, Roma, 1996
Stefanelli G: Sistema stomatognatico nel contesto posturale. Edi Ermes, Milano 2003
Vleeming A, Pool-Goudzwaard AL, Stoeckart R, van Wingerden JP, Snijders CJ. The posterior layer of the thoracolumbar fascia. Its function in load transfer from spine to legs. Spine (Phila Pa 1976). 1995 Apr 1;20(7):753-8.

Sede Spine Center
Spine Center Project SRL

Telefono: 051.0952375
Cell: 350.5213113

Via della Liberazione, 3-5 - 40128  Bologna (BO)
EMAIL: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Ampio parcheggio
Ampio parcheggio
Sede Spine Center
Spine Center Project SRL

Telefono: 051.0952375
Cell: 350.5213113

Via della Liberazione, 3-5 - 40128  Bologna (BO)
EMAIL: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Ampio parcheggio
Ampio parcheggio